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Di tutto ciò che adesso è, cinquecentomila anni fa non esisteva nulla. Solo acqua, tanta acqua a formare un lago. Resti di quello che fu, zanne e ossa sono adesso esposti al Museo Archeologico di Grumentum, insieme ai reperti di un’importante città romana lungo la via Herculia.

La Valle dell’Agri è una rasoiata. Traiettoria profonda che accompagna il corso dell’Agri fino a quando quest’ultimo si avvia striminzito verso lo Jonio. Acqua, tanta acqua. Ritiratasi fino a svuotare completamente la valle, per altre vie continua pienamente ad esistere. Sgorga ancora in abbondanza da antichissime e inestinguibili sorgenti. Generosità senza tregua, fino ad arrivare alla grande diga del Pertusillo, dove i paesi intorno tra squarci e belvedere l’ammirano in un’armonia di boschi che l’abbracciano. Paesi, cielo, boschi. E acqua. Intorno è susseguirsi d’Appennino che ne definisce il perimetro. Moderati picchi a formare una grande mano dalle dita sollevate. E la Valle dell’Agri è un solco dentro il palmo. La traiettoria di un destino che prende il viaggiatore in pegno. La mano è un filo conduttore. Il Canestrato, i fagioli e il vino biologico di questi luoghi nascono dal paziente rapporto con le stagioni di una terra generosa. Tra i monti si ingioiellano i paesi, nobili e antiche sentinelle. Aggrovigliati alla notte suggeriscono pensieri pieni di vento. Lo spazio è un’idea da mangiare e c’è un odore di stelle che si specchia nella Diga. Dal cuore dell’oscurità si perdono cieli stellati e le lune appaiono scompaiono camminando sulla pelle dei monti. Sembrano lune di fagiolo tra silenzi di ginestre. L‘ombra ha uno spessore strano e sa di scialle sopra i segreti della primavera. Poi qualcuno, seguendo il vento per le dorsali, ne ascolta quasi il lamento dell’incaglio nelle rocce. Nella stretta dei dirupi. Quasi la nostalgia di un canto sospeso in gola insieme alle arcane vicende del piacere.

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